Hei Nando, c’è la guerra là fuori

Sono alla fine della quinta risalita su Qala-e-Fatullah, la collina tra Taimani e Salang Road, dominata da una fortezza che tuttora custodisce munizioni, dicono, ma io non ci credo. È praticamente buio, ma sono contento: sto correndo bene. L’aria è stata ripulita da una pioggia primaverile e sta piovigginando ancora. Il guardiano non ci prova più a chiedere qualche dollaro. I ragazzini non provano più a seguirmi. A occhio direi che la collina è 100 metri più alta della città, ma è davvero bello salirla con questa strada quasi pianeggiante che le gira intorno con tre giri completi. In alto, anziché con un dietrofront, posso riprendere la strada in discesa dopo un giro attorno alla fortezza. Tre sedicenni escono da un gruppo, urlano e mi fermo. Torno indietro. Chiedono soldi. Fanno i guappi.

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Buona Pasqua, è primavera…

Per farvela breve, va tutto bene.

Ci stiamo riprendendo da un viaggio che vale un romanzo e un film.

Jeff bro Holden, giornalista di Nato Channel Tv (grazie all’ambasciata americana che ha pagato il conto del viaggio) ci sta lavorando. Per riprendersi e per camminare correttamente, il mio bravo fratello reporter ci metterà ancora una settimana. Ma è stato bravo a seguirmi e a sopportarmi in un viaggio che ha messo a dura prova le mie modeste capacità di guida alpina e di viaggiatore.

Doveva essere una traversata di due giorni e mezzo, ce ne sono voluti quattro e altri di attesa prima di partire, ma ne è valsa la pena.

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Il Tajikistan è una Svizzera triste

27 marzo (scusate il ritardo nell’invio)

La canzone Pablo di Francesco De Gregori l’ho cantata molto, ma la Svizzera la conosco bene e so che è molto più vera che triste.

Due giorni di cielo di piombo e pioggia al mattino, poi pomeriggi di sole con un caldo primaverile e improvviso come quello famoso dell’Alsazia. Ci sono ancora mucchi di neve ai piedi delle case. Eppure col sole del pomeriggio fiorisce tutto. Aggiungici i colori degli abiti femminili, tagliati a pennello su dei corpi molto in bianco e nero. Sembra che la neve, politicamente scorretta, si addossi solo agli edifici ex-sovietici, un po’ scalcinati e abbandonati. Gemme, cielo azzurro e bellezze da mille e una notte sembrano parlare in farsi e dari (persiano classico o locale) mentre sembra che vogliano parlare russo (sovietico, se fosse mai esistito come lingua) il grigiore del cemento male invecchiato e la retorica del regime che ha messo una bandiera grossa come una piscina olimpionica sul pennone più alto del mondo, a 165m da terra.

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